Pablo sembrava non provare nulla; non che non avesse mai provato qualcosa, un’emozione, ma a un certo punto, dal suo volto, un qualche dio senza pietà gli aveva cancellato l’espressione: restava sì l’uomo, il suo fisico alto, persino una bellezza sfumata tra i capelli ancora lucidi e nero corvino. Null’altro. Con gli occhi cupi fissava l’asfalto; era impegnato nell’inutile conta delle strisce pedonali, avanti e indietro, prima quelle bianche, poi gli spazi neri, in attesa che il semaforo suonasse il bip del via libera.
Si ritrovava sovente in quelle zone della mente che funzionano a “intermittenza”, come una lampadina che si sta bruciando; in effetti, credeva che quel giochetto fosse il segno evidente di una luce che, di lì a poco, si sarebbe spenta per sempre. Non aveva timore, anzi, la sola preoccupazione riguardava il dove, piuttosto del quando. Sperava succedesse in fretta, in un luogo isolato in cui la gente si sarebbe accorta per caso del suo corpo ormai freddo e rigido. L’anima, d’altronde, era già altrove da un pezzo.
In città aleggiava l’odore dell’autunno inoltrato; era solo per la spesa o piccole incombenze burocratiche che si mischiava alla folla distratta, ma non oggi. Scattato il verde, attraversò con passo rapido la strada, per ritrovarsi all’inizio della via che, un tempo, percorreva a piedi tutti i giorni: aveva lavorato lì per quasi vent’anni, circa un terzo della sua esistenza, facendo di quel posto un rifugio per se stesso, o meglio, per quella parte di sé senza pace con cui era nato, cresciuto e, alla fine, sceso a patti. Conviveva con i tormenti del passato – 《un po’ come tutti gli esseri umani》, pensava – e aveva imparato a dar loro uno spazio in cui stare. Ci fu persino un periodo in cui si svegliava quasi felice: la colazione, l’abbraccio a lei come saluto prima di andare al lavoro, la giornata che scivolava via veloce e lieta, il rientro a casa, la cena, le coccole. A volte la “normalità” riesce a diventare piacevole da vivere. Poi lo scoppio.
Un boato potentissimo. La paura. La corsa in ospedale. 《Signora è andata bene, si è salvato e si riprenderà. Purtroppo il danno all’udito è irreversibile… appena uscito da qui, consiglierei un percorso di psicoterapia》. Sordo. Pablo sordo. Pablo vivo e sordo.
Non sapeva nemmeno come dirglielo. E come! visto che non l’avrebbe più potuta sentir parlare. E non era neppure la parte peggiore, quella. Dopo una settimana di bugie, si decise: a fine pranzo si sedette accanto a lui sul letto, determinata a consegnargli un biglietto, versione finale scelta tra una lunga serie di scritti modificati e poi strappati fino alla nausea. Diceva così:
《Amore l’udito non tornerà più. Assieme ce la faremo, sei un uomo forte》. Tre frasi. Un verdetto inesorabile. Una vita da rifare.
Lo fissava, negli ultimi istanti in cui lo avrebbe visto come l’uomo che aveva amato, gli stessi in cui lui l’avrebbe fatta sentire amata.
Pablo non la compì nemmeno una vera scelta, semplicemente ingoiò quel che gli era accaduto, prima vomitando silenzi, in seguito respirandoli e basta. Senza musica, non aveva importanza comunicare, quindi neanche imparare qualsiasi stupido alfabeto per chicchessia, lei compresa. Senza musica, voleva dire da solo.
Immobile, le mani strette a pugno nelle tasche, il silenzio come unico compagno di vita da quattro lustri: così se ne stava in piedi, al principio del vicolo, con i suoi appena compiuti sessantatre anni e una pellicola ad avvolgerlo dal giorno dell’incidente. Mai una lieve lacerazione, alcuno trappo: l’esistenza compattata lì sotto, a tenere assieme un uomo in frantumi.
Perciò si trovava in quel luogo, per potersi finalmente rompere , per concedersi di riprovare qualcosa, fosse anche stato dolore: con il suo “rifugio” a pochi metri di distanza, magari un uragano di sensazioni lo avrebbe travolto, riuscendo a liberarlo. O magari no.
Questa, tuttavia, la sola speranza che era stata capace di insinuarsi al di là dell’involucro che lo separava dal mondo: costretto in un corpo che aveva perduto la parte per lui più importante, il senso di tutto, ascoltare e poi fare e insegnare musica, Pablo decise di costringerlo a sua volta, quel dannato corpo-prigione, trascinandolo proprio alla sua scuola di musica, per vedere che ne sarebbe stato di se stesso.
Una mano sul vetro freddo della vetrina. Occhi chiusi. Suoni e parole che tornavano a casa. 《Ciao maestro! oggi cosa imparo?》; 《Marta le dita devi distanziarle così, guarda me》; ora buca, giro di blues in Mi maggiore; 《Pablo, scusa l’interruzione, ma di là c’è una signora che ti vuole parlare》…
Tornavano, i ricordi; la mano nella tasca muoveva le dita sulla tastiera immaginaria della vecchia Fender bianca, come una volta. Una lacrima troppo pesante finisce a terra, macchiando l’asfalto di vita.
S.A.